Quannu s’asciucanu i balati ra Vucciria

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Quante cose abbiamo rimandato, davanti a quante altre abbiamo detto ‘mai’?

Non succederà mai a me.

Non lo farò mai.

Anzi, ‘lo farò quannu s’asciucanu i balati ra Vucciria.’

A Vucciria.

Ci ho pensato in questi lunghi, lunghissimi giorni, passati dietro una finestra da cui di Palermo si vede ben poco.

Mi manca la mia città, quella bella, rumorosa e colorata, quella ‘buttanissima’ che mi ha fatto girare il mondo per trovare lavoro e poi mi ha richiamata a sé.

Città controversa, ‘sfuttuta’, sfregiata e ricostruita.

Città di strette di mano dai mille colori e baci troppo rumorosi, di arte che apprezzano ovunque ma spesso non qui.

A volte Sui giornali finisce la faccia sporca di Palermo e come diciamo qui ‘mi piange il cuore’, perché c’è una parte di verità, c’è quella sfumatura che diventa un’ombra sul Teatro Massimo, sulla Cuba, sulla palazzina Cinese, sui mercati.

Un’ombra sulla brava gente che lavora, che guarda in silenzio, che parla di giustizia, che ci crede ancora.

Gli invisibili.

Come può una società permettere che i bravi cittadini diventino invisibili?

Ci vorrebbe un po’ di vucciria, quella che facciamo quando alziamo troppo il tono della voce perché siamo un po’ arabi e un po’ semplicemente ‘sguaiati’.

Ci vorrebbe un sogno nuovo per Palermo, uno di quelli che faccia domandare agli altri
‘Quando la smetterai di sperare in un futuro migliore?’

Uno di quelli che ci faccia rispondere ‘quannu s’asciucanu i balati ra Vucciria.’

Per chi non è di qui, le balate della Vucciria non si asciugano MAI.

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