Litigi. Perché l’adulto non deve intervenire?

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“Litigare è un diritto dei bambini” Daniele Novara  

Culturalmente il litigio viene visto come qualcosa che disturba.

Contendere, lo si ripete con estrema frequenza, non è bene.

Questo pregiudizio instilla nel bambino un senso di colpa, molto spesso di vergogna e di dipendenza dall’adulto, perché quando accade, esso è percepito come una negatività alla quale solo un genitore pare saper porvi rimedio

Il genitore come arbitro del conflitto

Capita molto spesso, infatti, che l’adulto ricerchi e successivamente individui, fra i bambini, il colpevole, arbitrando il conflitto, decidendo dall’alto torti e ragioni.

Ma assumere questa posizione cosa comporta?

Innanzitutto non permettere al bambino di sviluppare strumenti per far fronte al litigio, crea una dipendenza dalla figura adulta, cancella il giudizio della ragione che dovrà continuamente ricercare appoggiandosi all’adulto per averne una soluzione.

Cosa è veramente il litigio? 

Il litigio è un evento importante per conoscere gli altri attorno a sé e conoscere sé stesso e le competenze socio-emotive per stare in gruppo. 

Il litigio è anche una forma di gioco; è una grande modalità di apprendimento sociale, fondamentale per sviluppare competenze socio emotive e allenarsi allo scontro. 

Alcune ricerche affermano che i cuccioli che sono allenati alla lotta, si sviluppano meglio di quelli a cui è stata impedita. 

Il gioco della lotta, anche verbale, viene visto come qualcosa di violento che va evitato, temendo che possa, il bambino, divenire persona brutale o manesca, quando invece non è così.

È proprio attraverso questo gioco e le sue dinamiche che i bambini imparano a dosare la forza, a confrontarsi con gli altri.

Perché serve dunque litigare? 

  • Acquisire competenze sociali.
  • Imparare a gestire il confronto in modo costruttivo. 
  • Apprendere e gestire il “potere” nelle relazioni. 
  • Conoscere più profondamente sè stessi.
  • Diventare empatici.

Avendo a che fare con il litigio, con lo scontro, il bambino adeguatamente supportato dall’adulto può sviluppare questa competenza conflittuale, che è capacità di gestire lo scontro, il confronto, in modo assertivo. La carenza, come suggerisce il pedagogista Daniele Novara, porta paradossalmente e più facilmente a comportamenti di tipo violento. 
Per gli adulti è importante crescere bambini non violenti, in grado di agire in maniera rispettosa nei confronti di sé e degli altri.

A volte non riflettiamo su come sviluppare buone capacità di gestione dei conflitti per evitare la violenza. Se non ho strumenti per gestire il conflitto, è più facile che si ricorra a comportamenti inadeguati. 

Bambini 0 – 3 anni

È importante fare una precisazione: I bambini nella fascia 0-3 non avendo sviluppato il linguaggio per esprimere ciò che sentono, arrivano ad avere comportamenti aggressivi perché manchevoli di altri strumenti se non il proprio corpo. 
Crescendo il bambino svilupperà competenza affinché non saranno più le mani lo strumento di comunicazione ma le parole.
Se non accade, lo sviluppo della competenza conflittuale lascia il bambino a livello primordiale, identificando il problema con la persona soltanto e non il problema stesso. Se invece il bambino sviluppa competenze conflittuali la modalità sarà assertiva. 

Cosa devi evitare? 

  • La ricerca del colpevole: per non passare l’idea che chi ha iniziato è il colpevole ,generando l’idea di essere delle cattive persone, sentendosi inadeguati, incidendo fortemente sull’autostima. 
  • L’arbitraggio; evitare di far piovere dall’alto torti e ragioni, anche per non farsi triangolare dai bambini. Il bambino non avendo strumenti, mettono in campo l’adulto, creando dipendenza dall’adulto. Comprendono inoltre che è un buon modo per attirare l’attenzione dell’adulto, di essere visto, guardato.
  • La negazione, o portare via l’oggetto conteso. Portare via l’oggetto dovrebbe essere l’ultima soluzione, poiché facendo questo inviamo un messaggio di fuga dal problema.
  • Pensare che chi cede è un debole. Chi cede non è il debole, potrebbe essere il più maturo da un punto di vista emotivo, perché sa capire che il suo amico è in difficoltà, quindi è in grado di lasciare andare. A volte i bambini utilizzano un atteggiamento compiacente nei confronti dell’adulto perché capiscono che l’adulto è contento per quel suo comportamento. Facendo così la figura del bravo bambino. Ma i bambini hanno diritto anche di non condividere un gioco e questo capita spesso tra fratelli di età differenti. 
  • Pressioni sui bambini più grandi nell’essere accondiscendenti con i piccoli. Sarebbe importante che i bambini più grandi si sentissero rispettati nel loro possesso tanto quanto i piccoli, evitando che il più grande si senta sovraccaricato di responsabilità. 

Cosa fare?

È necessario essere neutrali. Non cercare il torto o la ragione, ma attivare un dialogo tra i bambini. Mediare, facilitare la comunicazione. Aiutare a trovare strategie alternative. È normale che un bimbo molto piccolo ripeta più il conflitto, pian piano acquisirà le competenze necessarie. 
Quando i bambini litigano, evitare di mostrarsi spaventati. I bambini non devono percepire che il litigio sia una situazione di pericolo.

Il litigio è qualcosa di fisiologico, la diversità a volte porta al litigio e imparare a litigare in maniera assertiva la cancella.
Noi adulti abbiamo un ulteriore compito come mediatori della comunicazione.

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Mi chiamo Marianna Guerrazzi, sono nata nel 1976, laureata in Scienze dell’Educazione presso l’università di Napoli, e in Counseling per l’etá evolutiva qualche anno dopo. Sono un educatrice, pedagogista, fondatrice del blog "La cicogna non mi ha detto" e mamma di un bimbo il piccolo T. Ho pensato che il lavoro da educatrice fosse il mio lavoro, forse non da subito. Successivamente ho incrociato lungo il mio percorso persone eccezionali che mi hanno aiutato a chiarirmi le idee rispetto al mio futuro. Non saprei fare un altro lavoro, i bambini e le loro famiglie sono per me nutrimento nonostante la fatica emotiva, non saprei farne a meno. Ho studiato a Napoli e poi a Roma, trasferita a Trieste ho proseguito la mia formazione in ambito educativo, che tutt’ora procede, nonostante un nuovo trasferimento a Palermo. Nel 2004 sono partita dalla mia città per approdare in Friuli Venezia Giulia. Ho iniziato lavorando come educatrice di nido, ho avuto esperienze nella scuola dell’infanzia e come educatore in comunità di recupero per adolescenti. Come tanti genitori ho compreso che quando nasce un bambino crescerlo è estremamente difficile. Equilibristi, così spesso mi definisco, tra ciò che immaginiamo e la realizzazione di queste immaginazioni. Confronto e riflessioni ci fanno percepire meno solitudine. Da qui, l’idea di aprire una finestra su Palermo Kids, per poter chiacchierare costruttivamente di tutto ciò che ci sta a cuore sul mondo dell’infanzia.

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