Riflessioni da vacanza

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Il mio terzo bimbo ha compiuto due anni a fine maggio.

Dal periodo della quarantena, che ci ha messo a dura prova – come penso abbia fatto con tutti – lui non fa altro che attaccarsi al seno.

Non posso spogliarmi, uscire dalla doccia, andare in giro in costume o semplicemente sedermi che arriva lui al grido di “teeettaaa teeettaaa” seguito da un “daai daaai” che ha un non so che di imperativo categorico.

E la cosa è diventata abbastanza pesante.

Non so se la prima ed il secondo fossero diversi, non so se non mi ricordo più io, non so se sono i 7 anni e mezzo di allattamento no stop che cominciano a pesarmi, ma sta di fatto che non me la sento più di assecondare le sue infinite richieste.

Non voglio che smetta di poppare ma di certo ho bisogno di porre dei limiti che lui sembra non avere.

Così già da un po’, ho iniziato a “negargli” il seno in alcuni momenti della giornata. O anche semplicemente a ridurre il tempo in cui sta attaccato al seno.
Ciò nonostante le volte in cui viene in braccio per il lattuccio continuano ad essere veramente tante (ma tante tante) ma per adesso va bene così.

Lui è contento così? Gli sta bene?
No.

E infatti la maggior parte delle volte davanti ad un mio rifiuto si lagna, si arrabbia, piange. Protesta insomma e mi fa capire che non è esattamente d’accordo.
Ecco.

La mia riflessione verte proprio sul pianto dei bambini

Partendo dal presupposto che per me – per me Monica, per me mamma, per me persona che esiste al di là di lui – in questo momento è necessario così, riflettevo su quanto mi turba il pianto di mio figlio.

Se mi guardo indietro e penso ai pianti che faceva la prima, posso affermare con certezza che i pianti del mio terzo mi turbano molto meno.
Sono diventata insensibile? Voglio più bene alla prima che al terzo?
Ovviamente no.

Credo semplicemente di avere raggiunto la profonda consapevolezza che il pianto dei bambini non è necessariamente una cosa da evitare

I bambini – di tutte le età – usano il pianto come strumento per manifestare la vasta gamma di emozioni che ancora non sono in grado di esprimere a parole.
Paura, tristezza, frustrazione, stanchezza, arrabbiatura, e chi più ne ha più ne metta, vengono tutte fuori attraverso il pianto.
Da mamma vorrei che i miei figli non piangessero mai eppure, guardando le cose da un punto di vista emozionale, questo non sarebbe un bene.

Quando un bambino piange il primo istinto è quello di far cessare il pianto nella convinzione di eliminare una sofferenza, invece ciò che facciamo è porre fine ad un’emozione che, in quanto tale, va sempre bene e va sempre rispettata anche se appartiene a quelle considerate “negative”.

La cosa fondamentale non è eliminare il pianto ma accompagnare quel pianto

Quando a mio figlio dico “tetta ora no” so che gli sto provocando in qualche modo un dispiacere ma in questo momento per la mia salute mentale è necessario che sia così.
Piangerà, è vero, perché in questo modo mi comunicherà ciò che non sa dirmi a voce.
Il mio compito di mamma sarà allora quello di stare accanto a lui ed aiutarlo a gestire la frustrazione.

In tempi passati probabilmente, il mio senso di colpa forse mi avrebbe portato a mettere da parte le mie esigenze, a cedere alle sue richieste.

Oggi no.

Oggi so che un bambino della sua età, che mangia, che beve, che ha comunque la sua buona razione di coccole terrose, può sopportare la “frustrazione” di un no in questo contesto (ovviamente non è una cosa proponibile ad un bambino di uno, due, tre, quattro, etc etc mesi).

Gli parlo, gli spiego, lo accolgo. Gli ripeto che lo capisco, che è arrabbiato o forse un po’ triste, ma che la mamma è qui con lui.

Dò un nome a quel pianto e lo vivo con lui

Più o meno quello che facevo quando i miei figli da neonati piangevano ed io non capivo cosa avessero.
No pipì, no cacca nel pannolino, no fame, no sete, no “coliche”, insomma quando avevano ciò che io ho sempre chiamato il “sapiddu”, ovvero “non ho idea di cosa stia succedendo”.

In quei momenti l’unica cosa da fare era cullarli, coccolarli, sussurrargli che ero con loro, che in qualche modo ne saremmo usciti.

Il problema non è il pianto di un bambino, il problema è la solitudine del bambino mentre piange

È un esercizio anche per i genitori, un immergerci nelle emozioni come la nostra generazione non è stata abituata a fare.
È una fatica immensa ma regalando ai nostri figli la consapevolezza e la gestione delle emozioni facciamo loro un dono meraviglioso che si porteranno dietro per tutta la vita.

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